Episode Transcript
1915. Prima guerra mondiale. Da qualche parte, tra le trincee del Belgio, inizia a circolare una
storia. Una storia macabra, come la guerra da cui è scaturita. Si mormora che i tedeschi abbiano trovato
un modo per trattare i corpi dei soldati caduti in battaglia, ricavando dalle loro carni e dai loro
tessuti sostanze chimiche preziose. Dalle spoglie dei soldati morti i tedeschi ottenevano glicerina,
grassi e altri materiali utili ad alimentare la loro poderosa industria bellica.
All'inizio, quindi, è solo questo. Un sussurro. Una flebile voce che nasce nei corridoi fangosi delle
trincee e passa di bocca in bocca senza che nessuno sappia bene da dove provenga.
E soprattutto se sia vera. Ma la storia ha qualcosa che la rende difficile da ignorare. È
abbastanza orribile da sembrare plausibile, in un conflitto che di orrori ne aveva già visti tanti.
E così, lentamente, quella diceria scabrosa risale dai campi di battaglia alla popolazione civile e
dalla popolazione civile alla stampa. I giornali la rilanciano intermittenza, con un tono per lo più
satirico, quasi a non volersi assumere troppa responsabilità. Ma ogni volta che la storia riemerge,
lascia un segno. Il 16 aprile 1917, però, cambia tutto. Quel giorno la storia smette di essere solo un sussurro e
diventa un boato. Il Times pubblica un articolo ripreso dal quotidiano belga La Belchic.
Il pezzo fa riferimento al reportage di un giornalista tedesco che parlava di odori nauseabondi
provenienti da una fabbrica tedesca per il recupero dei rifiuti, situata nei pressi di Koblenz.
Questa fabbrica, secondo il reportage, era adibita allo smaltimento di «kadaver». E gli articoli del
Times continuano, uno dopo l'altro, ad accumularsi. Il 17 aprile si parla di convogli di treni che scaricano corpi di soldati legati in
fasci, destinati a enormi calderoni. Il 20 aprile il giornale riporta le dichiarazioni di un sergente del Kent, che
riferisce di aver appreso da un prigioniero i metodi di decozione dei loro stessi cadaveri, trattati
per ricavare munizioni e cibo per animali. Insistentemente rilanciata dai giornali inglesi, la storia
diventa sempre più dettagliata, sempre più scandalosa. La fabbrica prende forma nell'immaginario collettivo, misteriosa e
mortifera, edificata in mezzo a una foresta e parte di un oscuro progetto governativo. E il popolo inglese, che da tre anni
convive con la paura del nemico tedesco, inizia ad assorbirla come fatto reale. I tedeschi, già temuti per
la loro efficienza tecnica e il loro ingegno militare, diventano qualcosa di ancora più sinistro.
Un nemico brutale, capace di trasformare i morti in materia prima. Aspetta però, torniamo aquella parola, cadaver, perché è proprio lì che si nasconde il problema? Già, perché in realtà il tedesco cadaver non rimanda
primariamente alle salme umane, indica piuttosto i corpi degli animali, quelli che noi chiameremo carcasse o carogne. È la
parola che si usa in veterinaria, nei macelli o nell'industria della lavorazione degli scarti animali.
Quindi, in pratica, la fabbrica di cadaver era una fabbrica per lo smaltimento di carcasse animali,
non di soldati. Esatto, e se si fosse prestato attenzione a quella sottile distinzione semantica, la
notizia non avrebbe fatto in tal modo notizia. Il 30 maggio 1917 il Times riporta addirittura un
ordine di servizio tedesco relativo alla gestione di queste presunte fabbriche, ignorando
completamente che quella disposizione era rivolta al servizio veterinario militare, non alle salme.
Un equivoco, o almeno così potremmo definirlo, se tutto si fermasse lì, e invece… E invece non
si ferma. A questo punto bisogna chiedersi chi sapeva e chi in questa situazione ha lasciato
correre. Il governo liberale di Lloyd George aveva seguito tutta la vicenda con un lassismo
decisamente insolito. Nessuna smentita ufficiale, nessuna verifica pubblica, un silenzio che alla stampa suonò come un
tacito lascia passare. Ma in Parlamento la questione esplose. Alcuni deputati conservatori
esortarono il governo a fornire delle prove che attestassero la veridicità della notizia.
Un parlamentare chiese esplicitamente se il governo fosse consapevole che quella storia stava
causando angoscia e dolore alle famiglie britanniche che avevano perso i loro figli in guerra, e
temevano quindi per le sorti dei loro corpi. La risposta del governo fu concisa e piuttosto elusiva.
Uno dei ministri della Corona, Robert Cecil, dichiarò di non sapere più di quanto non fosse già
comparso sui giornali, ammettendo di fatto di non aver mai verificato nulla.
E John Charteris, all'epoca capo dell'intelligence britannica, in un discorso New York, anni dopo,
ammise di aver contribuito a diffondere la storia come strumento di propaganda, con uno scopo
ben preciso, screditare la Germania agli occhi della Cina, che si era appena data un ordinamento
repubblicano. Demonizzare le brutalità tedesche sui caduti, così dissonanti rispetto alla cultura
funeraria asiatica, avrebbe dovuto in un qualche modo avvicinare Pechino alla sponda britannica.
In un secondo momento, Charteris poi smentì sé stesso, negando non solo gli scopi, ma persino
il coinvolgimento del governo nella costruzione della bufala. E allora chi l'ha davvero fabbricata questa storia? Probabilmente
nessuno, nel concreto. Lo storico Adrian Gregory, in The Last Great War, offre una delle ricostruzioni più convincenti. La
fabbrica di cadaveri non nasce come trovata propagandistica pianificata a tavolino, bensì come
leggenda popolare. Una credenza germogliata nel fango delle trincee, arrivata alla popolazione civile e poi
intercettata dalla stampa e dagli apparati di propaganda, che la trasformarono in un'arma. Non
un'invenzione, ma una storia già pronta, già credibile, già circolante, a cui bastava dare una
forma più precisa e una tribuna più autorevole. E questo ci dice qualcosa di importante su come
funziona la propaganda.Non sempre parte da zero, spesso attecchisce in un terreno già fertile, come quello che era il
clima della Prima Guerra Mondiale. Dopo tre anni di brutale conflitto e perdite insostenibili,
rinfocolare l'odio verso il nemico era un modo per giustificare lo sforzo e restituire energia a un
popolo stremato. In quel contesto, l'idea che i tedeschi riciclassero i propri morti era quasi
coerente con l'immagine che già si aveva di loro. E poi scatta quel meccanismo che abbiamo già visto nell'episodio precedente,
la desiderabilità della notizia, non in senso positivo, stavolta. Il fatto è che la storia confermava quello che la gente
già pensava, già temeva, già voleva credere del nemico, una sorta di validazione del pregiudizio.
E difatti, la restituzione mostruosa del nemico compattò l'opinione pubblica.
Le atrocità commesse dall'altra parte, molto spesso, giustificano lo sforzo bellico, lo rendono
necessario, quasi un imperativo morale. Oggi chiameremo tutto questo atrocity propaganda, la
rappresentazione deformata e ingigantita dei crimini del nemico, una pratica antica quanto la
guerra, ma oggi ha a disposizione strumenti che nel 1917 non esistevano nemmeno come
concetto, algoritmi, intelligenza artificiale, eserciti di account automatizzati che diffondono storie
false in tutto il mondo nel giro di pochissime ore. La dinamica è la stessa, anche se ovviamente la
velocità e la scala di diffusione sono incomparabili. La storia della fabbrica dei cadaveri non scomparì dopo il 1917, ma anzi
portò al radicamento di un forte pregiudizio antitedesco nell'opinione pubblica britannica. Per assurdo, quando dopo
vent'anni ci si ritrova di nuovo sul loro di un conflitto globale, sono proprio i tedeschi a riesumare
questa storia, a usarla come una sorta di scudo, come a voler dire guardate cos'è in grado di
inventarsi la propaganda britannica, diffidate di un popolo che ha costruito una simile menzogna.
E il peggio è che quando i giornali iniziarono a riportare l'esistenza dei campi di concentramento,
la drammatica conferma di quella stessa credenza, qualcuno faticò a crederci.
Memori di quanto accaduto in passato, alcuni pensarono che fosse l'ennesima storia inventata
per demonizzare il nemico. Insomma, una menzogna aveva reso più difficile credere a una verità.
Ed è forse questa la lezione più importante che questa storia ci lascia. Le notizie false, infatti, esercitano un doppio effetto
negativo. Da un lato indeboliscono chi le riceve, che rischia di costruire le proprie convinzioni su fondamenta fittizie. Dall'altro,
però, erodono anche la credibilità di chi informa, perché una volta che una notizia falsa viene smascherata, il dubbio si allarga,
si generalizza e spesso diventa sfiducia diffusa. E queste dinamiche, tra l'altro, si alimentano a vicenda. Fruitori sempre più
disorientati, fonti sempre meno autorevoli. Un circolo vizioso che oggi, nell'era della disinformazione di massa, è
ancora più difficile da spezzare. Quindi, anche in questo caso, la prossima volta che una notizia sembra tremenda o troppo
allarmistica, non fatevi subito prendere dal panico. Fermatevi. Analizzatela, chiedetevi da dove viene, chi l'ha scritta, chi l'ha
diffusa e, soprattutto, a chi potrebbe far comodo che ci crediate. Alla prossima bufala. Alla prossima bufala.