Il lago della duchessa - parte uno

Episode 3 August 24, 2026 00:13:14
Il lago della duchessa - parte uno
Critical Stories
Il lago della duchessa - parte uno

Aug 24 2026 | 00:13:14

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Show Notes

18 aprile 1978, in pieno affaire Moro: le Brigate Rosse recapitano alla redazione de Il Messaggero un comunicato dal contenuto agghiacciante: il corpo del presidente della DC giacerebbe sul fondo del Lago della Duchessa, uno specchio d'acqua al confine tra Lazio e Abruzzo. La notizia sconvolge il Paese e getta la politica nello sgomento, ma le ricerche rivelano presto un'anomalia clamorosa: il lago, d'inverno, è irraggiungibile. Ricostruiamo quelle ore convulse e i primi indizi che smascherano uno dei depistaggi più inquietanti della storia repubblicana.

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Episode Transcript

Ci sono notizie che colpiscono perché inattese, altre perché sconcertanti, altre ancora ci rimangono impresse perché sembrano toccare nervi scoperti, ferite ancora sanguinanti, accecando il raziocinio e alimentando la paura. E poi ci sono quelle notizie che sono tutto questo e anche molto di più. La storia di oggi nasce proprio da una di queste notizie, una colossale bufala orchestrata da dita misteriose, capace di far piombare nel terrore un paese intero. Una menzogna che si trasformerà da lì a poco in una tragica profezia. Come, vi chiederete? Beh, per capirlo dobbiamo fare un passo indietro, lungo quasi 50 anni, nell'Italia del 1978. Sono le ore 9.30 del 18 aprile. La giornata lavorativa è appena iniziata, ma la redazione del Messaggero, storica testata romana, è già un brulichio di cronisti che si aggirano freneticamente nelle sale, di dita che picchiettano nervosamente sulle macchine da scrivere o sui bordi delle scrivanie alla ricerca della parola giusta o di una pista promettente. Tra gli uffici di Via del Tritone l'aria è pesante, aggravata da sinistri presagi e da una tensione che da un mese tiene sotto scacco l'intero paese. 33 giorni prima, infatti, un commando brigatista ha assalito il convoglio del presidente della democrazia cristiana, Aldo Moro, prelevandolo dalla sua Fiat 130 e uccidendo i cinque carabinieri che lo scortavano. Il presidente si trovava in via Fani, e di lì a poco si sarebbe dovuto recare alla Camera per discutere la fiducia al quarto governo Andreotti, il primo con il supporto attivo e diretto del PCI di Enrico Berlinguer. Quella seduta avrebbe dovuto ufficializzare quel lavoro di tessitura politica passata alla storia con il nome di compromesso storico, di cui Moro è stato uno dei principali artefici. Un'impresa diplomatica monumentale, ma osteggiata da più parti e in primis dai brigatisti, che vedevano nella legittimazione istituzionale del PCI un disdicevole atto di sottomissione alla politica borghese, una subdola connivenza ai poteri dello Stato e un rinnegamento delle idealità e delle istanze proletarie in favore della controrivoluzione imperialista. E Moro era il simbolo di quel dominio, un esponente illustre della macchina capitalistica di stampo democristiano e matrice statunitense. Al rapimento di Moro la politica risponde con intransigenza assoluta, perseguendo quella che gli analisti ribattezzeranno la linea della fermezza, nessuna negoziazione col terrorismo rosso, che avrebbe rischiato di lacerare il tessuto profondo delle istituzioni repubblicane, producendo crisi laceranti di autorevolezza e legittimità. La ragione di Stato assume, per buona parte del Governo, i contorni di un precetto divino, una specie di fortezza dal quale respingere gli assalti delle forze sovversive. L'atteggiamento irremovibile del Governo, e in particolare della DC, dal via un angosciante valzer di indiscrezioni, provocazioni e smentite, mentre il termometro del Paese si innalza ogni giorno di più. I brigatisti fanno pervenire alle redazioni dei principali quotidiani dei comunicati, bollettini pugnaci che riepilogano le ultime imprese rivoluzionarie, scandendo le tappe di quel processo del popolo a cui il prigioniero era sottoposto. Fino a quel momento ne erano arrivati sei. Una sequela di invettive cruente rivolte al sistema capitalistico delle multinazionali e alla democrazia cristiana. La propaggine più malevola del dominio imperialista, tentacolo più robusto della morsa che stava stritolando il proletariato d'Italia e del mondo. Ma torniamo a quella mattina. Alle 9.25 un telefono della redazione del messaggero prende a squillare insistentemente. Un giornalista risponde e si mette all'ascolto. All'altro capo una voce monocorda e impersonale si annuncia con freddezza, sporcata solo dalle interferenze metalliche del collegamento. Non si presenta con il suo nome, ma con quello dell'organizzazione che in quel momento rappresenta. Pronto? Brigate rosse. Il giornalista in un primo momento trasecola, ma poi subito si ricompone, arraffa carta e penna e si mette a scrivere. La voce scandisce un indirizzo e lo ripete più volte. Piazza Gioacchino Belli a 20 minuti dalla sede del giornale. Poi dà indicazioni più specifiche. In un cestino ai margini della piazza, all'interno di una busta di carta, è stato depositato un documento che il Messaggero e tutte le altre redazioni sono tenute a riportare integralmente. È il comunicato numero 7 delle Brigate Rosse. Il giornalista si precipita in Piazza Belli, recupera il comunicato e svolge l'incartamento con una frenesia impetuosa. La smania febbrile di chi sta per scartare e scoprire un pezzo di storia o un tesoro prezioso. Poi legge le prime righe e non può credere ai suoi occhi. Oggi, 18 aprile 1978, si conclude il periodo dittatoriale della DC, che per ben 30 anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data, comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente della DC, Aldo Moro, mediante suicidio. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, altezza metri 1800 circa, località Cartore, zona confinante tra Abruzzo e Lazio. Dalle gambe tremanti dei giornalisti, alle eri di stravolte degli italiani, il passo è breve. Il comunicato che annuncia la morte di Aldo Moro viene rilanciato immediatamente da tutti i giornali e dalle istituzioni iniziano ad arrivare le prime espressioni di cordoglio. Nei locali di Piazza del Gesù, quartier generale della DC, la disperazione regna sovrana. Il dolore sconquassa quella cernita di uomini inappuntabili e inespressivi che ora offrono allo sguardo delle telecamere faccia ai vitre ed essere fatte. Qualcuno addirittura scoppia in lacrime. I corridoi del potere diventano autentiche gallerie di visi straziati, come se le poche righe dattiloscritte avessero fatto crollare in un attimo tutte le maschere di quegli uomini imperturbabili. Eppure, qualcosa pare non quadrare del tutto.Perché mentre la politica sembra aver già iniziato ad elaborare il lutto, sul campo le cose vanno iin modo completamente diverso. Le ricerche per recuperare il corpo di Aldo Moro non danno alcun esito. Quando la poderosa task force messa in piedi per effettuare le ricerche raggiunge il lago che dovrebbe ospitare le spoglie di Moro, si trova davanti a un muro insormontabile. Non c'è fango, non c'è acqua, solo una grande distesa ghiacciata, ricoperta da uno spesso strato di neve, incastonata tra una gola montana e una foresta di faggi. Gli abitanti delle valli limitrofe,sentiti dalle forze dell'ordine, riferiscono un dettaglio logistico fondamentale. Il lago della Duchessa è raggiungibile solo d'estate, quando le alte temperature rivelano il sentiero, altrimenti sommerso dalla neve. Davanti a quella tavola gelida montata su quel territorio aspro, l'idea che i brigatisti abbiano trasportato Moro fin lì per eseguire la loro perentoria sentenza di morte inizia a destare qualche dubbio. Nonostante ciò, la macchina dello Stato non può fermarsi. Le ricerche continuano in modo ossessivo. I sommozzatori perlustrano i fondali di alcuni vicini specchi d'acqua, ma del corpo del leader democristiano non c'è traccia. Quindi le ricerche si spostano a miliari circostanti, grotte, gole, addirittura a una cava nei pressi dell'autostrada. Ogni recesso viene setacciato, nessuna ipotesi trascurata. Ma ormai la ricerca ha perso ogni scampolo di metodicità. Il composito team di lavoro, formato da sommozzatori, alpini, carabinieri e altri volontari, si ritrova invischiato in una sorta di delirante caccia al tesoro, guidata da un unico indizio sempre meno attendibile. E mentre gli uomini scavano nella neve, gli esiti delle ricerche riaccendono una flebile speranza negli italiani. Il comunicato numero 7 assume sempre di più i connotati di un oggetto misterioso. Il riflesso battuto a macchina di un paese tramortito e allucinato dalla sua stessa tumultuosa storia. Rileggendo il messaggio, mano a mano, che le ricerche falliscono, alcuni elementi appaiono sempre più strani, in totale controtendenza rispetto alle precedenti comunicazioni dei terroristi. Uno dei primi ad accorgersene è Mino Pecorelli, penna affilata del giornalismo italiano degli anni 70 e fondatore della rivista OP, uno dei più temuti protagonisti del contropotere giornalistico di quegli anni. Sin da subito, l'intera storia non lo convince. Nel numero di OP definisce il comunicato numero 7 un volantino anomalo, rachitico e frettoloso, recapitato in una sola città e pieno di imprecisioni grafiche che lo distinguono dai precedenti. Ma ciò che salta all'occhio è soprattutto il modo in cui è scritto il documento. Frasi ad effetto, allusioni e un'irriverenza brutale, quasi confusionaria nella scelta delle parole. Il comunicato numero 7 è così offensivo, irriguardoso, da sembrare una parodia, uno scherzo di pessimo gusto, un falso, e in effetti era proprio così. Il 20 aprile 1978, le Brigate Rosse fanno pervenire il vero comunicato numero 7 alle redazioni dei giornali italiani. A dimostrazione della veridicità del documento, una prova inequivocabile. Una foto di Aldo Moro, fosco e vagamente deperito, che mostra all'obiettivo una copia del giornale La Repubblica, datato 19 aprile, il giorno precedente. Il comunicato del Lago della Duchessa, che doveva essere l'irridente epigrafe di Moro, si rivela per quello che è, una bufala colossale e tremendamente inquietante. Infatti a battere a macchina quel testo non furono le Brigate Rosse, ma un personaggio altrettanto sinistro, conosciuto sia agli ambienti della malavita che ai centri del potere. Un falsario professionista, che prestò la mano a uno dei più clamorosi depistaggi della storia italiana. Il suo nome era Antonio Cicchiarelli. Nato nel 1938 in una piccola frazione abruzzese, Cicchiarelli rivela sin da giovane una pericolosa inclinazione a delinquere e uno straordinario talento per la contraffazione. La prima lo porta a farsi danni di carcere e ad avvicinarsi agli ambienti della malavita romana. La seconda gli conferisce la fama di abile falsario. Uscito di prigione si avvicina in modo sconclusionato alla politica, spaziando dalla sinistra radicale alle frange nostalgiche e stringendo rapporti all'interno della banda della magliana. Questo ventaglio di frequentazioni trasforma Cicchiarelli in una creatura quasi mitologica, trasversale e ammanicata, capace di dialogare con tutti, dai gangster più scafati agli alti papaveri dello Stato. L'intrigante falsario dai mille volti divenne così la pedina ideale di un progetto più ampio, destinato a cambiare per sempre la storia della Repubblica. Ma di quale progetto si tratta? Chi l'ha orchestrato e soprattutto perché? Sui mandanti e sui moventi del falso comunicato le ipotesi si sono sprecate. In un primo momento si riteneva fossero stati i brigatisti a farlo circolare, per dirottare fuori da Roma le attenzioni delle forze dell'ordine e organizzare con maggior calma lo spostamento di Moro in luoghi più sicuri. Un escamotage che aveva anche una certa forza intimidatoria. Prefigurare la morte di Moro avrebbe potuto aggiungere ulteriore pressione sul governo, inducendolo a trattare. Ma più si scava, più l'ipotesi mostra le sue crepe. Perché il comunicato del Lago della Duchessa non era solo un depistaggio logistico, era qualcosa di più elaborato, di più freddo, qualcosa che richiedeva una regia, una visione d'insieme, e una regia di quel livello non si può improvvisare. Le indagini condotte in anni di commissioni parlamentari hanno progressivamente sgombrato il campo dalle interpretazioni più semplicistiche. Quello che emerge è lo scenario di una collusione tra ambienti criminali, apparati istituzionali, e forse qualcosa di ancora più alto. Una rete di interessi convergenti che aveva bisogno di Cicchiarelli, sì, ma che Cicchiarelli da solo non avrebbe mai potuto costruire. E al centro di quella rete, secondo alcune delle testimonianze più agghiaccianti emerse negli anni, si installerebbe una figura rimasta nell'ombra per oltre 30 anni. Un uomo arrivato a Roma dall'altra parte dell'Atlantico, pochi giorni dopo il sequestro di Moro, con un mandato preciso. Gestire la crisi. Il suo nome è Steve Piechenik. Chi fosse Piechenik, cosa sapesse davvero e soprattutto cosa abbia fatto in quei 55 giorni, è la storia che vi racconteremo nella seconda parte. Quello che possiamo dirvi adesso è che quando ha deciso di parlare, dopo decenni di silenzio, le sue parole hanno cambiato per sempre il modo in cui abbiamo guardato quella stagione della storia italiana.

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