Episode Transcript
Ci sono notizie che colpiscono perché inattese, altre perché sconcertanti, altre ancora ci
rimangono impresse perché sembrano toccare nervi scoperti, ferite ancora sanguinanti,
accecando il raziocinio e alimentando la paura. E poi ci sono quelle notizie che sono tutto
questo e anche molto di più. La storia di oggi nasce proprio da una di queste notizie, una
colossale bufala orchestrata da dita misteriose, capace di far piombare nel terrore un paese
intero. Una menzogna che si trasformerà da lì a poco in una tragica profezia. Come, vi chiederete? Beh,
per capirlo dobbiamo fare un passo indietro, lungo quasi 50 anni, nell'Italia del 1978. Sono le ore
9.30 del 18 aprile. La giornata lavorativa è appena iniziata, ma la redazione del Messaggero, storica testata
romana, è già un brulichio di cronisti che si aggirano freneticamente nelle sale, di dita che
picchiettano nervosamente sulle macchine da scrivere o sui bordi delle scrivanie alla ricerca della parola giusta o di una pista
promettente. Tra gli uffici di Via del Tritone l'aria è pesante, aggravata da sinistri presagi e da una tensione che da un mese
tiene sotto scacco l'intero paese. 33 giorni prima, infatti, un commando brigatista ha assalito il convoglio del presidente della
democrazia cristiana, Aldo Moro, prelevandolo dalla sua Fiat 130 e uccidendo i cinque carabinieri che lo scortavano.
Il presidente si trovava in via Fani, e di lì a poco si sarebbe dovuto recare alla Camera per
discutere la fiducia al quarto governo Andreotti, il primo con il supporto attivo e diretto del PCI di
Enrico Berlinguer. Quella seduta avrebbe dovuto ufficializzare quel lavoro di tessitura politica
passata alla storia con il nome di compromesso storico, di cui Moro è stato uno dei principali
artefici. Un'impresa diplomatica monumentale, ma osteggiata da più parti e in primis dai brigatisti,
che vedevano nella legittimazione istituzionale del PCI un disdicevole atto di sottomissione alla
politica borghese, una subdola connivenza ai poteri dello Stato e un rinnegamento delle idealità e
delle istanze proletarie in favore della controrivoluzione imperialista. E Moro era il simbolo di quel dominio, un esponente illustre
della macchina capitalistica di stampo democristiano e matrice statunitense. Al rapimento di Moro la politica risponde con
intransigenza assoluta, perseguendo quella che gli analisti ribattezzeranno la linea della
fermezza, nessuna negoziazione col terrorismo rosso, che avrebbe rischiato di lacerare il tessuto
profondo delle istituzioni repubblicane, producendo crisi laceranti di autorevolezza e legittimità.
La ragione di Stato assume, per buona parte del Governo, i contorni di un precetto divino, una
specie di fortezza dal quale respingere gli assalti delle forze sovversive. L'atteggiamento irremovibile del Governo, e in
particolare della DC, dal via un angosciante valzer di indiscrezioni, provocazioni e smentite, mentre il termometro del Paese si
innalza ogni giorno di più. I brigatisti fanno pervenire alle redazioni dei principali quotidiani dei comunicati, bollettini
pugnaci che riepilogano le ultime imprese rivoluzionarie, scandendo le tappe di quel processo del
popolo a cui il prigioniero era sottoposto. Fino a quel momento ne erano arrivati sei.
Una sequela di invettive cruente rivolte al sistema capitalistico delle multinazionali e alla
democrazia cristiana. La propaggine più malevola del dominio imperialista, tentacolo più robusto
della morsa che stava stritolando il proletariato d'Italia e del mondo. Ma torniamo a quella
mattina. Alle 9.25 un telefono della redazione del messaggero prende a squillare insistentemente. Un
giornalista risponde e si mette all'ascolto. All'altro capo una voce monocorda e impersonale si
annuncia con freddezza, sporcata solo dalle interferenze metalliche del collegamento.
Non si presenta con il suo nome, ma con quello dell'organizzazione che in quel momento
rappresenta. Pronto? Brigate rosse. Il giornalista in un primo momento trasecola, ma poi subito si
ricompone, arraffa carta e penna e si mette a scrivere. La voce scandisce un indirizzo e lo ripete più volte. Piazza Gioacchino
Belli a 20 minuti dalla sede del giornale. Poi dà indicazioni più specifiche.
In un cestino ai margini della piazza, all'interno di una busta di carta, è stato depositato un
documento che il Messaggero e tutte le altre redazioni sono tenute a riportare integralmente. È il
comunicato numero 7 delle Brigate Rosse. Il giornalista si precipita in Piazza Belli, recupera il
comunicato e svolge l'incartamento con una frenesia impetuosa.
La smania febbrile di chi sta per scartare e scoprire un pezzo di storia o un tesoro prezioso. Poi
legge le prime righe e non può credere ai suoi occhi. Oggi, 18 aprile 1978, si conclude il periodo
dittatoriale della DC, che per ben 30 anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso.
In concomitanza con questa data, comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente della DC,
Aldo Moro, mediante suicidio. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago
Duchessa, altezza metri 1800 circa, località Cartore, zona confinante tra Abruzzo e Lazio. Dalle
gambe tremanti dei giornalisti, alle eri di stravolte degli italiani, il passo è breve.
Il comunicato che annuncia la morte di Aldo Moro viene rilanciato immediatamente da tutti i
giornali e dalle istituzioni iniziano ad arrivare le prime espressioni di cordoglio. Nei locali di Piazza
del Gesù, quartier generale della DC, la disperazione regna sovrana. Il dolore sconquassa quella
cernita di uomini inappuntabili e inespressivi che ora offrono allo sguardo delle telecamere faccia
ai vitre ed essere fatte. Qualcuno addirittura scoppia in lacrime. I corridoi del potere diventano autentiche gallerie di visi
straziati, come se le poche righe dattiloscritte avessero fatto crollare in un attimo tutte le
maschere di quegli uomini imperturbabili. Eppure, qualcosa pare non quadrare del tutto.Perché mentre la politica sembra aver
già iniziato ad elaborare il lutto, sul campo le cose vanno iin modo completamente diverso. Le ricerche per recuperare il corpo
di Aldo Moro non danno alcun esito. Quando la poderosa task force messa in piedi per effettuare le ricerche raggiunge il
lago che dovrebbe ospitare le spoglie di Moro, si trova davanti a un muro insormontabile.
Non c'è fango, non c'è acqua, solo una grande distesa ghiacciata, ricoperta da uno spesso strato
di neve, incastonata tra una gola montana e una foresta di faggi. Gli abitanti delle valli limitrofe,sentiti dalle forze dell'ordine, riferiscono un dettaglio logistico fondamentale. Il lago della
Duchessa è raggiungibile solo d'estate, quando le alte temperature rivelano il sentiero, altrimenti
sommerso dalla neve. Davanti a quella tavola gelida montata su quel territorio aspro, l'idea che i brigatisti abbiano
trasportato Moro fin lì per eseguire la loro perentoria sentenza di morte inizia a destare qualche
dubbio. Nonostante ciò, la macchina dello Stato non può fermarsi. Le ricerche continuano in
modo ossessivo. I sommozzatori perlustrano i fondali di alcuni vicini specchi d'acqua, ma del corpo del leader
democristiano non c'è traccia. Quindi le ricerche si spostano a miliari circostanti, grotte, gole,
addirittura a una cava nei pressi dell'autostrada. Ogni recesso viene setacciato, nessuna ipotesi
trascurata. Ma ormai la ricerca ha perso ogni scampolo di metodicità. Il composito team di lavoro, formato da
sommozzatori, alpini, carabinieri e altri volontari, si ritrova invischiato in una sorta di delirante
caccia al tesoro, guidata da un unico indizio sempre meno attendibile. E mentre gli uomini
scavano nella neve, gli esiti delle ricerche riaccendono una flebile speranza negli italiani.
Il comunicato numero 7 assume sempre di più i connotati di un oggetto misterioso. Il riflesso
battuto a macchina di un paese tramortito e allucinato dalla sua stessa tumultuosa storia.
Rileggendo il messaggio, mano a mano, che le ricerche falliscono, alcuni elementi appaiono
sempre più strani, in totale controtendenza rispetto alle precedenti comunicazioni dei terroristi.
Uno dei primi ad accorgersene è Mino Pecorelli, penna affilata del giornalismo italiano degli anni
70 e fondatore della rivista OP, uno dei più temuti protagonisti del contropotere giornalistico di
quegli anni. Sin da subito, l'intera storia non lo convince. Nel numero di OP definisce il
comunicato numero 7 un volantino anomalo, rachitico e frettoloso, recapitato in una sola città e
pieno di imprecisioni grafiche che lo distinguono dai precedenti. Ma ciò che salta all'occhio è soprattutto il modo in cui è scritto il
documento. Frasi ad effetto, allusioni e un'irriverenza brutale, quasi confusionaria nella scelta delle parole. Il comunicato
numero 7 è così offensivo, irriguardoso, da sembrare una parodia, uno scherzo di pessimo gusto, un falso, e in effetti era
proprio così. Il 20 aprile 1978, le Brigate Rosse fanno pervenire il vero comunicato numero 7 alle redazioni dei giornali italiani.
A dimostrazione della veridicità del documento, una prova inequivocabile. Una foto di Aldo Moro, fosco e vagamente deperito,
che mostra all'obiettivo una copia del giornale La Repubblica, datato 19 aprile, il giorno precedente. Il comunicato del Lago
della Duchessa, che doveva essere l'irridente epigrafe di Moro, si rivela per quello che è, una bufala colossale e
tremendamente inquietante. Infatti a battere a macchina quel testo non furono le Brigate Rosse, ma un personaggio altrettanto
sinistro, conosciuto sia agli ambienti della malavita che ai centri del potere. Un falsario professionista, che prestò la mano a
uno dei più clamorosi depistaggi della storia italiana. Il suo nome era Antonio Cicchiarelli. Nato nel 1938 in una piccola frazione
abruzzese, Cicchiarelli rivela sin da giovane una pericolosa inclinazione a delinquere e uno straordinario talento per la
contraffazione. La prima lo porta a farsi danni di carcere e ad avvicinarsi agli ambienti della malavita romana. La seconda gli
conferisce la fama di abile falsario. Uscito di prigione si avvicina in modo sconclusionato alla politica, spaziando dalla sinistra
radicale alle frange nostalgiche e stringendo rapporti all'interno della banda della magliana. Questo ventaglio di frequentazioni
trasforma Cicchiarelli in una creatura quasi mitologica, trasversale e ammanicata, capace di dialogare con
tutti, dai gangster più scafati agli alti papaveri dello Stato. L'intrigante falsario dai mille volti divenne così la pedina ideale di un
progetto più ampio, destinato a cambiare per sempre la storia della Repubblica. Ma di quale progetto si tratta? Chi l'ha
orchestrato e soprattutto perché? Sui mandanti e sui moventi del falso comunicato le ipotesi si
sono sprecate. In un primo momento si riteneva fossero stati i brigatisti a farlo circolare, per
dirottare fuori da Roma le attenzioni delle forze dell'ordine e organizzare con maggior calma lo
spostamento di Moro in luoghi più sicuri. Un escamotage che aveva anche una certa forza intimidatoria. Prefigurare la morte di
Moro avrebbe potuto aggiungere ulteriore pressione sul governo, inducendolo a trattare. Ma più si scava, più l'ipotesi mostra le
sue crepe. Perché il comunicato del Lago della Duchessa non era solo un depistaggio logistico, era
qualcosa di più elaborato, di più freddo, qualcosa che richiedeva una regia, una visione
d'insieme, e una regia di quel livello non si può improvvisare. Le indagini condotte in anni di
commissioni parlamentari hanno progressivamente sgombrato il campo dalle interpretazioni più
semplicistiche. Quello che emerge è lo scenario di una collusione tra ambienti criminali, apparati
istituzionali, e forse qualcosa di ancora più alto. Una rete di interessi convergenti che aveva bisogno di Cicchiarelli, sì, ma che
Cicchiarelli da solo non avrebbe mai potuto costruire. E al centro di quella rete, secondo alcune delle testimonianze
più agghiaccianti emerse negli anni, si installerebbe una figura rimasta nell'ombra per oltre 30 anni. Un uomo arrivato a Roma
dall'altra parte dell'Atlantico, pochi giorni dopo il sequestro di Moro, con un mandato preciso.
Gestire la crisi. Il suo nome è Steve Piechenik. Chi fosse Piechenik, cosa sapesse davvero e
soprattutto cosa abbia fatto in quei 55 giorni, è la storia che vi racconteremo nella seconda parte.
Quello che possiamo dirvi adesso è che quando ha deciso di parlare, dopo decenni di silenzio, le
sue parole hanno cambiato per sempre il modo in cui abbiamo guardato quella stagione della
storia italiana.