Episode Transcript
Nella prima parte di questo episodio vi abbiamo raccontato di un comunicato ritrovato in un cestino di piazza Gioacchino Belli il
18 aprile 1978. Annunciava la morte di Aldo Moro e indicava il lago della Duchessa come luogo di sepoltura delle sue spoglie.
Un documento fittizio, costruito a tavolino da un falsario professionista di nome Antonio Chichiarelli, uomo di mala vita, uomo di
potere e creatura trasversale e inafferrabile. Ma abbiamo lasciato aperta la domanda più importante. Chi c'era dietro? Chi
aveva commissionato quel falso e perché? Avevamo lasciato un nome sospeso nell'aria. Steve Piechenik. È il momento di
raccontare chi era e cosa ha detto. Steve Piechenik è un personaggio che sembra uscito da un film di James Bond. Psichiatra,
negoziatore ed esperto di controterrorismo. Negli anni 70 è uno degli uomini più importanti dell'apparato di sicurezza
americano, coordinatore dell'unità antiterrorismo del Dipartimento di Stato. Washington manda proprio lui a Roma, nei giorniimmediatamente successivi al sequestro di Moro. L'idea che il paese occidentale, con il partito comunista più grande e influente
in Europa, sia tenuto sotto scacco dal terrorismo rosso, preoccupa non poco il governo americano. Piechenik
diventa l'uomo giusto per ristabilire l'ordine e allontanare definitivamente lo spettro di un'Italia
comunista. Il suo arrivo in Italia passa quasi inosservato e la sua presenza nel comitato di crisi,
istituito per gestire il caso Moro, viene minimizzato da lui stesso per anni. In numerose occasioni sosterrà di essersi limitato a
dare qualche indicazione generale. Un ruolo marginale quindi, quasi di osservatore. Per oltre 30 anni nessuno riesce a stabilire
con certezza cosa abbia fatto davvero Piechenik in quei 55 giorni. Le commissioni parlamentari istruite negli anni per far luce
sul caso non riescono a penetrare quella cortina di reticenza. L'uomo rimane nell'ombra, fedele a sé stesso e al mestiere che
ha esercitato per tutta la vita. Poi, dopo tre decenni di silenzio, decide di parlare. Le sue parole vengono raccolte dal giornalista
Emmanuel Amara, nel volume «Abbiamo ucciso Aldo Moro» ed è lì che emerge una versione dei fatti che gira al sangue.
Piechenik racconta di essere arrivato a Roma con l'intenzione di salvare Moro, ma di essersi presto reso conto che era
un obiettivo irrealistico. Lo Stato italiano era logorato dall'interno.I servizi segreti corrosi, le forze di polizia maldirette, il sistema
politico troppo instabile per sostenere una trattativa con le brigate rosse senza implodere. Citando lo stesso Piechenik «In
Italia non c'erano le competenze operative sufficienti. Era impossibile trovare la prigione di
Moro». E poi c'era un altro problema, forse ancora più importante. Le lettere che Moro mandava dalla
prigionia, risentite e sempre più esasperate, facevano intuire che il presidente stesse parlando,
che stesse rivelando ai suoi carcerieri informazioni riservate, segreti di Stato, nomi in retroscena
altamente sconvenienti. Ogni giorno trascorso il rischio di una fuga di notizie diventava più
concreto. Preso atto della situazione, Piechenik cambia rotta. Non ragiona più in termini di salvataggio,
bensì di stabilizzazione. Il fulcro del suo piano è brutalmente semplice.
Neutralizzare Moro come leva negoziale. Se lo Stato rinuncia alla salvezza di Moro, i brigatisti si
ritrovano così con un prigioniero che non vale più niente e con una scelta difficilissima da
prendere. Il comunicato del Lago della Duchessa è il cardine di questa strategia.
Simulando e prefigurando la morte di Moro, collocando le sue spoglie ancora vivo nei fondali
limacciosi di quel lago di montagna, si ottengono due risultati simultanei. Si prepara l'opinione
pubblica a un lutto che si considera ormai inevitabile e si manda alle Brigate Rosse un
messaggio inequivocabile. Lo Stato ha già pronunciato la vostra sentenza.
Moro è già morto per noi. Le parole di Piechenik su questo punto sono di una freddezza
disarmante. Uccidere una persona che è una rotella essenziale nell'ingranaggio dello Stato aveva
un senso. Ma uccidere una persona che era stata spogliata di tutti i suoi poteri, abbandonata dai suoi stessi
colleghi, di cui era stata negata perfino l'esistenza, sarebbe equivalso a uccidere non più il
presidente della democrazia cristiana, ma solo una persona indifesa. In altre parole, rendere
Moro inutile era il modo per condannarlo a morte, senza firmarne la sentenza. Piechenik
ammette anche di aver sperato, in cuor suo, che le Brigate Rosse capissero la trappola in
tempo, che qualcuno all'interno dell'organizzazione si rendesse conto dell'enorme errore che
stava per commettere e decidesse di liberare Moro, vanificando il piano.
Perché se Moro fosse tornato libero, le Brigate Rosse si sarebbero potute riaccreditare agli occhi
dell'opinione pubblica, guadagnando simpatia, alimentando instabilità. Un esito che nessuno
voleva. Ma le cose, come sappiamo, non andarono così. Il 9 maggio 1978 il corpo di Aldo Moro fu ritrovato senza vita nel
bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, nel cuore di Roma, a metà strada tra la sede della democrazia cristiana e quella del
partito comunista italiano. 55 giorni dopo il sequestro di Via Fani, la storia si chiudeva nel modo più
tragico possibile. E mentre il paese piangeva Moro, Piecenik, stando almeno alla sua versione dei fatti, tirava un sospiro di
sollievo. La strategia aveva funzionato, la Repubblica aveva retto, il prezzo era stato altissimo, ma il crollo
era stato evitato. Una logica di ferro, come quella di Piecenik, machiavellica, raggelante, forse
persino comprensibile nella sua cinica coerenza, ma che ci costringe a fare i conti con una
domanda scomoda. Se quella ricostruzione è vera, lo Stato italiano non fu solo spettatore
addolorato della morte di Moro, ne fu, almeno in parte, artefice. Gli episodi precedenti di Critical Stories ci hanno raccontato di
bufale costruite per vendere giornali o per demonizzare un nemico in tempo di guerra. Storie in cui la menzogna aveva un
movente univoco e comprensibile, quasi banale nella sua logica. Questa è diversa, questa è la
storia di una menzogna di Stato, o almeno di quello che con ogni probabilità fu una menzogna di
Stato. Una fake news costruita non solo per ingannare il nemico, ma anche per orientare il proprio
popolo, per prepararlo a qualcosa che qualcuno aveva già deciso sarebbe accaduto. E questo ci
porta su un terreno molto più scivoloso, perché di fronte a una bufala costruita da un giornalista
sfrontato o da un apparato di propaganda bellica, gli strumenti del pensiero critico funzionano, si
può imparare a riconoscerla, a smontarla, a diffidarne. Ma quando sono i detentori del potere a
fabbricare realtà distorte, quegli stessi strumenti mostrano i loro limiti. Non è un invito a sfociare nella paranoia, né a dubitare di
tutto e tutti. È qualcosa di più preciso, un invito a tenere sempre accesa una domanda. A chi serve questa notizia? Chi ci
guadagna se ci crediamo? Una domanda che nel 1978 in pochi si poserò tempestivamente, e che oggi, nell'era
in cui chiunque può costruire e diffondere una realtà alternativa con uno smartphone, è più
urgente che mai